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Sebastián Román Lobato

Sebastián Román Lobato

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CIUDADES DE UN FUTURO PASADO José Jiménez.-

Fecha de la entrada: 02/12/2010
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El trabajo con los desechos: materiales, culturales, es una línea presente en el arte contemporáneo desde las propuestas desencadenantes de Kurt Schwitters y que luego tomó un renovado impulso con el nouveau réalisme francés en los años sesenta. Es un tipo de procedimiento directamente ligado a la expansión imparable de la tecnología en el mundo de hoy. La obra: abierta, sugestiva, de Sebastián Román se inscribe en esa línea, pero situando un signo de interrogación en los restos de una tecnología digital que entrecruza con las figuras y perfiles de nuestras ciudades. Ciudades de un futuro pasado, imágenes entrevistas de un mundo deshabitado, sin figuras humanas, que reflejan nuestras incertidumbres sobre el sentido de nuestra civilización y la omnipresencia determinante de la tecnología en nuestras vidas.



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Carmine Benincasa "Tendono alla chiarití  le cose oscure" (E. Montale)

Fecha de la entrada: 02/12/2010
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La “discontinuità” è una parola passata negli ultimi
anni dal sottoscala all'attico, ai piani nobili della politica,
della cultura, dell'arte. Essa è divenuta sinonimo
di valori, di svolta radicale, di obbiettivi, di programmi
operativi e di finalità progettuali.
Non si procede nella storia attraverso la linea di complotti
ma rendendo valore ciò che il presente non
insegue, non persegue, non tende a raggiungere. E
questo è il capovolgimento di meta e finalità.
Curvare, sottrarre, deviare è il percorso storico di un
atto rivoluzionario.
Il pres. Sarkosy è giunto alla presidenza della
Repubblica francese sotto il mito della discontinuità,
così D. Cameron nei confronti del New-Labour, e così
J. L. Rodriguez Zapatero nell'opposizione ai modello
sociale di Aznar e in ogni altro paese europeo; per
tutti, basta citare H.S. Obama con la dichiarazione
“yes, we can”.
Già negli anni della Grande Utopia, della rivoluzione
russa, i grandi pittori a cominciare da K. Malevic e a
tutti i cubo-futuristi teorizzavano la necessità di
ripartire da un grado zero della pittura, ossia azzerare
tutto il passato e rimodulare ogni gesto o forma o
colore dalla nuova sensibilità epocale.
Con questo codice si entra in una algebra disomogenea
e irregolare, ove si sottrae, più che aggiungere, si
devia più che costruire. La storia non ha più una linea
in progresso che va dal precedente al successivo, ma
si entra quasi in una logica da circolo ripetitivo.
Sebastian Roman Lobato con le sue creazioni artistiche
in laboratorio costruisce e sottrae, diminuisce e
moltiplica gli spazi e le curvature delle architetture
delle metropoli contemporanee.
Rimpicciolisce e ingiganteggia, sottrae e aggiunge,
quasi il nuovo DNA delle recenti cattedrali contemporanee.
A un taglio non viene mai meno, allo spirito di
costruzioni gotiche delle sue opere. Sostituisce l'algebra
della ragione con le geometrie del cuore, lo smarrimento
dello spirito conserva intatto stupore e incantamento,
meraviglia e bilocazione. La geografia dell'anima
esplode in una epifania verticale di lievitazione
e ascesi.
Roma, 24 giungo 2010



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Andrea Barale La cittí  ci appartiene

Fecha de la entrada: 02/12/2010
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La città ci appartiene. Territorio dell'uomo: è la figura
specifica in cui insediamo la nostra comprensione
del mondo. Ci avvolge e circonda, tanto familiare da
non stupire nemmeno nella sua complessa presenza.
Presupposto irriflesso di ogni modalità d'esistenza,
viene accolta come un ambiente dato nella sua fisica
realtà. Eppure la città non è semplicemente un luogo,
un sito naturale, fonte o valle erbosa che s'incontra
per caso. Nella sua opera Sebastian Roman Lobato
scuote proprio questa nostra percezione ordinaria
dalla sua intorpidita immersione nella fattualità;
forme architettoniche e prospettive si rivelano allora
nella loro natura più intima: veri e propri paesaggi
mentali, un labirinto ordinabile. La città non è più
inerte cosa, pietra o cemento, un posto di lavoro e la
strada che si percorre annoiati per giungervi, diviene
un intero cosmo, che strappa al caos e all'insensatezza
della vita una sezione di mondo per organizzarla.
Nei quartieri, tra le vie delle sue fotografie è possibile
avvertire quelle forze che sono propriamente umane;
la città si riconosce infine come prodotto, e in tale
riconoscimento emergono alla vista le operazioni
medesime del produrre. La configurazione urbana,
gli incroci tra le vie, sono ben più che oggetti, luoghi
funzionali alla mera soppravvivenza; piuttosto si
tratta di prospettive e direzioni di una creazione di
senso, di significato, specifica dell'umanità. Alla totalità
amorfa dell'universo che ci circonda viene imposto
un ordine, tracciate delle direttive interpretative
per l'agire e il pensare, un universo di significati in cui
rendere possibile l'esistenza. Nel suo costituirsi la città
è dare-forma a un mondo: la concreta selezione di
possibili percorsi di senso.
D'altro canto, se pur realmente la città è un risultato
di formazione, è altrettanto vero che una città-forma
precedente è già da sempre presente come ineliminabile
presupposto ad ogni successiva donazione di
senso. Ogni operare umano non si sprigiona come
una scintilla dal vuoto, una creazione che sorga da un
nulla siderale, ma si situa in un mondo già esistente
da cui riceve una preliminare in-formazione. L'uomo
si trova gettato in una struttura che lo precostituisce
e nella quale solamente può agire: la città, "un
mondo che precede l'uomo, anche se è creato dall'uomo"
(G.Deleuze).
Si tratta di due processi inscindibili per quanto paradossali,
due vettori divergenti che non cessano di
intrecciarsi divenendo indiscernibili. In un costante
fondersi queste due direzioni del senso sprigionano
l'orizzonte-città, dove l'uomo si ritrova nel suo fare
specifico (dare-forma) e insieme viene inghiottito dal
suo stesso produrre (in-formato): "l'uomo assente,
ma tutto presente nel paesaggio"(Cézanne). La tensione
dei due movimenti raggiunge uno stato d'intensità
in cui è l'uomo stesso a divenire città, paesaggio
umano in cui l'uomo scompare per trasformarsi in
una geometria vivente, "passando come una lama
attraverso tutte le cose" (G.Deleuze) senza essere più
percepibile. "La visione è ciò che dell'invisibile diventa
visibile...il paesaggio è invisibile perchè noi più lo
conquistiamo, più ci perdiamo in esso. Per arrivare al
paesaggio dobbiamo sacrificare, per quanto possibile,
ogni determinazione temporale, spaziale, oggettiva;
ma questo abbandono non raggiunge soltanto l'obbiettivo,
colpisce anche noi stessi nella stessa misura.
Nel paesaggio, smettiamo di essere degli esseri storici,
ossia degli esseri stessi oggettivabili. Noi non
abbiamo memoria per il paesaggio, non ne abbiamo
nemmeno per noi nel paesaggio. Noi sognamo ad
occhi aperti. Siamo sottratti al mondo oggettivo ma
anche a noi stessi"(Cézanne).
Attraverso un raffinato costruttivismo Sebastian
Roman Lobato crea un paesaggio che guarda a se
stesso rivelandoci le nostre medesime possibilità di
visione; e la visione diviene lettura che porta alla
coscienza le forze di produzione e riproduzione di
senso, le operazioni di formazione del reale che costituiscono
la cifra essenziale del nostro essere uomini.
Nella sua città è l'uomo medesimo a trasformarsi in
architettura, a riscoprire la sua natura muovendosi
all'interno delle linee e delle geometrie; metamorfosi
che permette una riappropriazione. Non si tratta
allora di ricalcare una norma di città, di mostrare
architetture esistenti o mappature di paesaggi concreti,
quanto della costruzione effettiva di un mondo
possibile, di un senso inscindibile ad esso. L'artista
ritaglia dalla quotidianità uno spazio astratto in cui
instaurare un mondo attraverso un materiale sottratto
alla sua funzione comune, per ricollocarlo sul piano
di composizione di un ambiente altro, anfibolic ed
alienante. In questo nuovo universo meccanico l'uomo
scomparendo diviene scorcio di una via, altezza di
un palazzo, che percorre come fosse esso stesso la luce
che le illumina, velocità al neon o lentezza del crepuscolo.
Con la massima esteriorità di una ricostituzione
la città perde la sua semplice oggettualità; fattosi
forma, l'uomo riaquista l'interiore creatività dello
sguardo. Luminosità d'acciaio e bronzo dischiudono
Andrea Barale
La città ci appartienead ogni istante inaspettate prospettive, differenti
angolazioni di visione; la città continua a correre su
linee di fuga, trascina lo spettatore al suo interno per
passeggiate infarenziali che non cessano di trasformare
i percorsi e le possibilità delle sue produzioni di
senso. Il paesaggio stesso si fa operazione mentale:
l'ordine di un mondo è un atto intrinseco d'incessante
ordinazione. Non solo si giunge così alla consapevolezza
delle proprie capacità di significazione, ma
l'operare artistico permette ai medesimi percorsi di
senso di riattivarsi, di produrre uno scarto dall'esistente
verso novità imprevedibili. Nelle città di
Sebastian Roman Lobato la visione è lanciata in un
un vorticoso disancorarsi dai sensi già istituiti, cristallizzati
in una fissazione che li annulla. Il paesaggio
mentale dell'uomo, nascosto nello slancio di ogni
grattacielo, viene assunto dall'artista come ancora
sempre da farsi; è l'esigenza di un divenire altro da se.
Una delicata forza trascina attraverso le architetture
di queste città liberando dalla pesante staticità del
presente, sussurrando, gridando che il senso del
mondo dev'essere reinventato in ogni istante. Solo
così la città ci appartiene. Invoca per l'uomo una terra
a venire.
Padova, Marzo 2010



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